L’IRA(D.
Perego)
Definizione di ira
Tecnicamente l’ira può essere definita come uno stato emotivo-affettivo
caratterizzato da una crescente eccitazione che si esprime a livello verbale e-o
motorio e che può culminare in comportamenti aggressivi e distruttivi nei
confronti di oggetti, altre persone o anche di se stessi. Essa si manifesta
solitamente quando si ritiene siano stati calpestati i propri diritti o violati
i propri valori, ma non sempre è commisurata all’importanza del danno o della
frustrazione patita anzi spesso viene espressa maniera del tutto irragionevole
e sproporzionata. L’ira e i suoi sinonimi quali rabbia, collera, furia, non
deve in alcun modo essere confusa con l’aggressività, che invece è una modalità
di espressione delle emozioni, né tantomeno con l’odio, che è un sentimento che
raggiunge i suoi scopi distruttivi solo attraverso le vie della razionalità e
del calcolo.
Nell’ambito di questo articolo si useranno indifferentemente i vocaboli
ira, collera, rabbia per indicare sempre lo stesso stato psicologico.
Aspetti storico-filosofici
dell’ira
Tutti i termini che identificano questo stato psicologico hanno in
comune il fatto che mostrano una etimologia che fa riferimento ad una patologia
specifica oppure hanno origine da un lemma che rappresentava una situazione di
alterazione fisiologica o psicologica dell’individuo. Così il termine rabbia
indica una infezione virale a prognosi infausta trasmessa dal morso del cane all’uomo,
il termine collera che deriva dal latino chòlera e dal greco cholèra è riconducibile ad un genere di acuto e fiero morbo che
conturba le viscere, il colera infezione batterica che colpisce l’uomo a
livello gastrointestinale, ed infine ira, che i latini indicavano come initium
insanie, cioè un semplice avvio verso la follia la cui radice lessicale può
anche essere ricondotta al termine greco orghè, da cui deriva anche la parola
orgia, mettendo così in comune fra i due termini l'istintività brutale.
Anche nel comune parlare si tende a fare assumere a questo stato
psicologico una condizione di patologia, con espressioni del tipo “ho avuto un travaso di bile”, “mi brucia dentro”, “mi sta mangiando dentro”, “non
ci vedo più” oppure di incapacità di controllo delle proprie azioni come “mi
va il sangue alla testa”, “mi fa
impazzire” con il rischio, in questo modo,
di creare i presupposti culturali per giustificare sempre un
comportamento nel quale sovente il soggetto allenta volontariamente le paratie
di difesa e di razionalità o dove perlomeno ha sempre una possibilità di
scelta, contrariamente alla follia che non consente il dominio, il controllo e
il coordinamento delle proprie azioni.
Per quanto concerne invece il sostantivo furia l’origine va fatta risalire alle furie, dee della vendetta,
fantasmi degli assassinati, che nascono dalle gocce di sangue provenienti dalla
mutilazione di Urano, simboleggiando di fatto una castrazione.
Tutto ciò fa assumere all’ira una connotazione negativa, soprattutto se
abbinata a manifestazioni di aggressività fisica o verbale da cui sfociano con
frequenza e veemenza comportamenti antisociali, creando la sequenza rabbia,
comportamento deviante o crimine. Nel libro di Cicerone Tuscolanee, ma soprattutto
nel trattato di Seneca De Ira,
vi è un ritratto feroce e bestiale dell'iroso allargato ai suoi effetti e
corollari, ossia l'omicidio, le lotte civili, i dissensi famigliari, le guerre,
oltre naturalmente alla degenerazione personale con la perdita del controllo di
se stessi e della propria razionalità protendendo anche in questo caso ad una
sorta di male psichico che conduce ad azioni incontrollabili. La tradizione
religiosa, con particolare riferimento ai testi biblici, è ricca di esempi
negativi e per citarne uno, forse vessillo dell’ira più micidiale, si può fare
riferimento al libro della Genesi e ad un personaggio torvo e minaccioso,
discendente di Caino, tal Lamek, che incarna l’atteggiamento più simbolico
della cruenza:
“io uccido un uomo per una
mia scalfittura, un ragazzo per un mio livido. Se Caino è vendicato sette
volte, Lamek lo sarà settantasette” (Genesi 4, 23-24).
Ma l’interpretazione di questo sentimento non è sempre stata
esclusivamente negativa e rimanendo in ambito biblico il libro dell’Apocalisse
fa riferimento all’ira di Dio, attribuendogli in questo modo un significato
positivo o comunque tale da facer de necessitate
virtute. Ma è
soprattutto in un opera classica della mitologia greca, l’Iliade di Omero, che
si parla dell’ira come della “nobile virtù”
di Achille e di tutti gli eroi greci restituendo così al termine una valenza
positiva.
Una valutazione più neutrale del vocabolo invece ce la fornisce Tomaso
d'Aquino il quale afferma che l'ira è innanzitutto una passione, che può
evolvere in un vizio e quindi secondo la filosofia morale nel quarto vizio
capitale, ma anche in una virtù definibile zelo o sano sentimento di giustizia,
ma anche sdegno, indignazione, chiare e necessarie manifestazioni di reazione e
risentimento di fronte ad abusi e torti subiti. Le notizie diffuse dai media e
le esperienze quotidiane ci portano ad osservare che l'ira conduce a
comportamenti che possono sfociare in azioni che rientrano nella definizione di
crimine, dal più banale quale l'offesa, l'insulto, fino all’aggressione fisica
o addirittura all'assassinio. Ira e comportamento antisociale però non
rappresentano un binomio scontato e imprescindibile: derisione e ingiuria,
aggressioni fisiche, fino a casi di omicidio spesso rappresentano una
deliberata forma di crimine che prescinde da uno stato d’ira da parte di colui
che le mette in atto anzi molto spesso tali generi di crimine presuppongono un
autocontrollo e ponderatezza che sono poco compatibili con gli stati di
collera.
Infatti le peculiarità di tale condizione emotiva sono con frequenza
l’irrazionalità e l’impulsività che di fatto limitano di misurare in modo
corretto le azioni, senza però mai escludere la capacità di intendere e di
volere. Socrate esprime tale concetto in una frase detta al proprio servo proprio
in un momento di rabbia: “ti bastonerei
se non fossi adirato” mettendo in risalto il rischio di eccedere in termini
di reazione conservando però la
consapevolezza e quindi la necessità di non esorbitare dalla sfera del
consentito. Aristotele descrive nel migliore dei modi l’atteggiamento che
l’uomo assume durante gli scatti d’ira: “Adirarsi
è facile, ne sono tutti capaci, ma non
è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona
giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la
giusta causa” (Aristotele Etica e Nicomaco in Opere, Laterza , Bari 1973,
Libro II). La narrazione storico-filosofica di tale vizio non può certo
esimersi dal richiamare un’opera cardine della tradizione letteraria italiana,
la “Divina Commedia”, nella quale l’autore mostra una notevole capacità di
introspezione e di caratterizzazione del genere umano e quindi delle sue
condotte. Dante infatti propone, sulla scia della teologia medievale, la
distinzione fra “ira mala” , anticipando così l’analisi di Averill, e il “buon
zelo”, dando in questo modo una differenziazione fra collera e sdegno, furia
irrazionale e ardore fervido per una giusta causa.
Aspetti psicologici e crimonologici
Spogliando il termine da valori morali e
tracciandone esclusivamente una descrizione tecnica l'ira è uno stato emotivo
ed agisce quindi sia come causale sia come concomitante del comportamento
motivato. Per chiarire questa nozione può essere utile fare riferimento al
sesso, il quale non è solo una fonte di vissuti emotivi ma anche una potente
motivazione che determina un comportamento.
L'ira in termini emotivi può essere vista
come frustrazione dell'attività che tende a uno scopo, ed è riscontrabile in
ogni sequenza motivazionale interrotta, sviluppando una reazione di
rappresaglia contro l'oggetto o la persona ritenuti responsabili
dell'interruzione della sequenza. Alessandro Manzoni in un passo dei Promessi
Sposi in modo molto preciso afferma che
"l'uomo tende più ad
attribuire i mali ad una perversità umana, contro cui poter reagire, che
riconoscerli invece ad eventi o accadimenti con il quale non ci sia altro da
fare che rassegnarsi"
indicando che il bersaglio prediletto dell'ira è l'uomo (A.Manzoni I Promessi Sposi cap. XXXII, pagg. 61-65). Infatti spesso le
espressioni di rabbia sono rivolte
contro altri esseri umani, per lo più con i quali si ha un legame affettivo.
Albert Ellis,uno dei principali ispiratori di quella prassi
psicoterapeutica nota come terapia cognitivo-comportamentale, ha scritto della
collera: “Quando le persone si
arrabbiano, con frequenza assumono le peggiori caratteristiche dei loro simili
che odiano, quali l’atteggiamento prevaricatore, il pregiudizio la violenza e
l’arroganza.”
Come già abbiamo sopra accennato l’esperienza emotiva della rabbia non
sempre conduce a manifestazioni di aggressività o violenza anche se in termini
criminologici è quello che maggiormente ha rilevanza. Pur senza affrontare in
modo approfondito le distinzioni relative al comportamento aggressivo, esso può
essere distinto in comportamento aggressivo strumentale o proattivo, e
comportamento aggressivo reattivo. Il comportamento aggressivo proattivo non
evidenzia tratti emotivi, ma è puramente strumentale ed indirizzato al fine di
ottenere un determinato obbiettivo, esempio una azione criminosa di natura
predatoria come la rapina, che non presuppone, o perlomeno non necessariamente,
la collera nei confronti della vittima, ma che senza alcun dubbio si tratta di
un comportamento di natura aggressiva. Il comportamento aggressivo di natura
reattiva, od ostile, mostra in modo chiaro tratti di elevata emotività e rabbia
nei confronti del destinatario dell'azione, divenendo così poco controllabile
dall'esecutore, impulsivo, e spesso ritenuto una reazione difensiva in risposta
a frustrazioni, provocazioni o insulti, sia reali che percepiti; si ravvisa nel
soggetto pervaso dall’emozione una quasi incapacità di autocontrollo. Berkowitz
indica che le situazioni spiacevoli producono un effetto negativo generalizzato
che si manifesta in un insieme di attivazioni cognitive, psicologiche e
comportamentali relative sia alla tendenza al combattimento sia alla fuga,
quello che nella formazione alle forze di polizia e militari viene indicata
come condizione di "fight or flight". Una ulteriore distinzione ci
viene suggerita da Umberto Galimberti e riguarda l'espressione differente fra
genere femminile e genere maschile,
secondo cui la rabbia femminile si esprimerebbe secondo particolari modalità: "la reazione irata maschile è prevalentemente sul piano fisico con
sopraffazioni e violenze che talvolta neppure le mura domestiche o le porte
blindate riescono a contenere, mentre la reazione femminile tende a colpire sul
piano economico e su quello affettivo con il ricatto dei figli" inoltre “le donne si arrabbiano in modo diverso
dagli uomini: preferiscono interrompere il contatto oculare ed evitare il
dialogo piuttosto che esprimere energicamente il proprio dissenso” oppure “le donne, invece di esprimere direttamente
la loro rabbia, preferiscono ricorrere ad attacchi psicologici come la
maldicenza o l’ostracismo sociale oppure sfogare la propria rabbia su una
persona diversa da quella che l’ha provocata, adottando il meccanismo dello spostamento”[1].
Ogle e collaboratori in una ricerca condotta sul tema hanno confermato che le
norme sociali inibiscono le espressioni di rabbia delle donne, obbligando le
stesse ad attuare una soppressione
nell’espressione dell’emozione; il risultato è un blocco nello sviluppo di
strategie atte a regolarne la corretta esternazione. Pertanto le donne
potrebbero presentare un elevato livello di repressione della rabbia e quindi
uno sviluppo scorretto delle modalità di gestione e manifestazione di questa
emozione.
Nel suo studio sull'Arrabbiarsi (2001) la psicologa Valentina D'Urso ha
cercato di ricomporre il repertorio dell'iroso facendo notare, ad esempio, che
solitamente l'ira viene personificata, quasi fosse una persona da tenere sotto
controllo, contro la quale lottare, che può essere in agguato per assalirci.
Inoltre per intendere lo stato di collera si usano metafore di ogni genere, "mi fai diventare matto" "non
ci vedo più dalla rabbia", o anche con espliciti riferimenti sessuali
come “mi sto incazzando”, “hai rotto le palle” ed altri improperi
ancora più rozzi che mettono in evidenza una caratteristica comune fra ira e
sesso: l’istintualità non mediata. Certo è che non tutti si arrabbiano con le
stesse provocazioni o comportamenti, facendo pertanto ritenere che leggiamo il
modo di fare altrui rispetto a chi li pone in essere, ma anche in base alle
nostre condizioni del momento; allo stesso modo ci arrabbiamo con più facilità
se ravvisiamo una intenzionalità, quindi la nostra interpretazione del fatto,
nel comportamento di chi lo pone in essere. E' chiaro pertanto che un individuo
con un disturbo di personalità paranoideo[2]
percepirà i comportamenti altrui come un attacco personale, scatenando così
l'ira.
J.R. Averill, professore di psicologia alla University of Massachusetts
e autore di una fondamentale ricerca sulla rabbia pubblicata nel 1982, ancora
oggi valida nei suoi risultati complessivi, distingue tre tipi di rabbia:
1) la rabbia malevola deputata al peggioramento o rottura dei rapporti
con l’altra persona, per vendicarsi di un torto subito e comunque per esprimere
forme di odio e di disapprovazione;
2) la rabbia costruttiva, che tende a modificare il comportamento
altrui, a rendere più stretta la relazione con la persona con la quale ci si
arrabbia, ad asserire la propria libertà e indipendenza, ad ottenere che gli
altri facciano qualcosa di utile a se stessi;
3) la rabbia esplosiva, che serve principalmente a dare sfogo alla
tensione e manifestare l’aggressività, con le probabili funzioni aggiuntive di
rompere il rapporto o di rivalersi per un torto subito.
Da una ricerca condotta da Hermina Van Collie, Iven Van Mechelen, Eva
Ceulemans, dal titolo “Multidimensional
individual differences in anger-related behaviours” è stato dimostrato che
ci sono importanti ed eterogenee differenze individuali nell’espressione della
rabbia quale emozione e che si possono principalmente differenziare in tre
“tipi” di dominio: aggressione esplicita, riduzione di tensione e comunicazione.
La tassonomica della rabbia comprende tre modalità aggressive (fisica, verbale
e autodiretta) e cinque modalità non aggressive (parlare, allontanarsi,
esprimere, rilassarsi e sopportare). In modo dettagliato possiamo osservare la
seguente tabella completa anche di esempi di comportamento:
|
Manifestazione della
rabbia |
Descrizione del
comportamento |
esempi |
|
Aggressione fisica |
Ogni forma di aggressione fisica |
Sbattere le porte, colpire qualcuno, lanciare oggetti |
|
Aggressione
verbale |
Ogni forma di aggressione esclusivamente verbale |
gridare, inveire, insultare |
|
Aggressione autodiretta |
Azioni aggressive contro se stessi |
Ubriacarsi, azioni di autolesionismo |
|
Parlare della propria rabbia |
Parlare del fatto che ha scatenato la rabbia con la persona con la
quale si ha avuto il contrasto, o con altri, senza acredine |
Parlare in modo amichevole o comunque accomodante |
|
Allontanarsi |
Allontanarsi fisicamente o creare un distacco verbale dalla persona
con la quale si è in disaccordo o dalla situazione difficile, senza fare
niente altro |
Correre via, fuggire, allontanarsi, stare in silenzio |
|
Manifestazioni fisiche di diverso genere – atti espressivi |
Mostrare spostamenti o movimenti senza alcuna forma di aggressione ad
altre persone |
piangere, sospirare, singhiozzare |
|
Ridurre la tensione o rilassarsi |
Fare in modo di esprimere la la tensione in maniera non distruttiva o
tentare di rilassarsi |
Fare attività sportive, correre, ascoltare musica |
|
Tentare di allontanare la rabbia da sé |
Cercare di sopportare l’accadimento in modo passivo o attendere il
calo dell’impulso |
Mettere le cose in modo tale da non fare nulla, stare calmi |
Anche in termini sociologici la collera è percepita in modo differente:
questa emozione si differenzia maggiormente per genere, età, status sociale, ma
anche per etnia. Infatti è piuttosto interessante notare che alcune
popolazioni, come ad esempio gli eschimesi Ukta, non provano rabbia, ma forse
la provano manifestandola in modo completamente diverso rispetto ad altri
popoli, tant’è che definiscono infantili le manifestazioni di rabbia osservate
negli stranieri; diversamente la reazione di collera ad una offesa è pienamente
approvata in Albania ed espressione di dignità presso i beduini. La spiegazione
riguardo questa differente modalità espressiva degli stati di collera è da
ricondurre al fatto che essa, come le altre emozioni, è soggetta a regole
sociali di valutazione, di comportamento (proscrittive e prescrittive) che
variano da cultura a cultura da epoca ad epoca.
Le manifestazioni d’ira possono essere origine di comportamenti che
sfociano in reati di ogni genere, dalle
ingiurie, al danneggiamento, all’aggressione verbale o fisica, sino
all’omicidio. Con altrettanta facilità si attribuisce all’ira la capacità di
fare perdere completamente il controllo delle proprie azioni, presupponendo
così l’esistenza di una causa di giustificazione per ciò che è stato commesso.
Paiono necessarie due considerazioni a tal riguardo. Innanzitutto è di semplice
sperimentazione verificare che una condizione di ira cessa di sussistere nel
momento in cui viene rimossa l’idea di una ingiustizia patita. Facciamo un
esempio: attendiamo un amico, noto per essere un ritardatario, al fine di
recarci ad una cena piuttosto importante. Anche in questo caso arriva con 35
minuti di ritardo, per cui la nostra reazione, appena giunto, sarà di feroce
stizza, manifestando così tutta la nostra collera. Ma se l’amico una volta
giunto davanti a noi, ci informasse di avere ritardato per un incidente o qualsiasi altra cosa di grave, allora il
nostro atteggiamento muterebbe immediatamente: si smorzerebbe e scomparirebbe
qualsiasi espressione di rabbia sostituita da un sentimento di completa ed
integrale comprensione. Questo indica in modo chiaro che l’intossicazione delle
nostre capacità di inibizione è puramente una espressione razionale di
disapprovazione quanto subito. Ancora: un mio amico, con un fisico minuto, un
giorno ha avuto un diverbio legato a problemi di viabilità con un altro
automobilista. Nel corso della discussione che ne era sopraggiunta si era
infervorato in una tal maniera, che scendendo dall’auto in preda ad una feroce
collera, manifestando in questo modo una disponibilità ad esprimere la propria
aggressività attraverso “le vie di fatto” ha urlato, con una chiara e forte
espressione gestuale rafforzativa,
all’altro automobilista: “ io,
io….” Quando l’altro automobilista è sceso dall’auto, e il mio amico si è
reso conto che avrebbe avuto ben poche chance di “sopravvivenza”, ha continuato
la frase con “…ti perdono!” risalendo
velocemente in auto e abbandonando il luogo in tempi brevissimi. Questo ha
dimostrato un controllo razionale dell’ira, che in un primo momento sembrava
incontenibile. Ulteriori studi effettuati sulla base di interventi di polizia
in casi di violenza domestica confermano questa ipotesi. Infatti si è potuto
rilevare che le azioni violente messe in atto, a seguito di scoppi di rabbia
incontrollabili dai mariti verso le mogli, cessano nel 95% dei casi non appena
la polizia giunge sul posto, mentre solo il rimanente 5% prosegue con le
violenze. Un altro aspetto interessante riguarda il metodo attraverso cui
l'uomo pone in atto la manifestazione d'ira incontrollata: pochissimi usano
calci e pugni, cioè le tecniche che utilizzerebbero con persone dello stesso
sesso, preferendo invece schiaffi e altri generi di percosse che lasciano segni
sul corpo e non sul viso, indice anche in questo caso di un preciso calcolo di
opportunità. Altro parametro che indica una falsa perdita di controllo riguarda
quelle manifestazioni di escandescenza per mezzo di lancio di cose
(suppellettili, piatti, etc,etc): gli oggetti lanciati spesso non sono di
proprietà personale dell'aggressore, se lo sono hanno un modesto valore
economico. La reazione di collera come conseguenza di un precedente torto
subito, o di un fatto costituente reato, può comportare anche una condotta
antigiuridica di fatto rappresentando così un delitto, per il quale però sono
previste delle condizioni che ne alleggeriscono l’aspetto sanzionatorio.
In termini giudiziari la rabbia viene considerata come elemento che,
inficiando la capacità di autocontrollo, riduce la consapevolezza dell’agire,
pertanto una scusante nel caso di reato compiuto in tale stato emotivo. Il
codice penale italiano all’art. 62 indica come attenuante comune in un reato
l’avere agito in condizione di collera però solo se determinato da un fatto
giusto altrui (art. 62 CP comma 2°). Ancora all’art. 599 del codice penale è
prevista una ulteriore attenuante qualora l’attore commetta il reato di
ingiuria e diffamazione compiuti in stato d’ira, ed anche in questo caso se lo
stato d’ira è determinato da un fatto ingiusto altrui (art. 599 CP comma 2°).
Quanto fino ad ora detto riguarda l’ira quale emozione che sorge
immediatamente dopo una azione o condotta che in qualche modo urta contro la
suscettibilità dell’individuo, ma non va dimenticato che esistono espressioni
di rabbia che trovano origine in stati
di angoscia i quali devono essere fatti risalire a passate esperienze
traumatizzanti con effetto distruttivo sul narcisismo individuale provocando di
fatto una frustrazione. In proposito Heinz Kohut parla di rabbia narcisistica
ed Erich Fromm di rabbia e depressione reattiva alla ferita narcisistica; ne
derivano espressioni di ampio spettro, da condotte atte ad infliggere agli
altri le frustrazioni subite fino ad azioni omicidiarie. L’effetto che ne
deriva è un passaggio di azione da sé verso l’altro, che viene vissuto in
maniera svalutante e persecutoria. L’altro è identificato come bersaglio per
una rivendicazione o rivincita personale, nei confronti del quale scaricare i
propri impulsi aggressivi, provando così la sensazione di avere ottenuto un
riscatto che però è solo illusorio.
Si deve a questo punto fare un grande sforzo per individuare caratteri
positivi all’ira, riconoscendo però che esistono strategie diverse di gestione
della collera anche in base alla condizione sociale: i ricchi e i potenti
dicono che la rabbia, con riferimento a chi è socialmente collocato più sotto,
è una emozione infantile, un segno di debolezza (solo perché loro non hanno
bisogno di arrabbiarsi per ottenere ciò che vogliono) o per dirla come Ernest
Emingway “La collera è uno di quei stramaledetti lussi che uno non si può
permettere” , ma qualora non fossimo di elevato status socio-economico e
non fossimo in grado di tenere a bada la nostra impulsività fino in fondo, ma
fossimo invece avvezzi a dare sfogo alla nostra riprovazione in modo spontaneo,
potremmo giustificarci usando una frase di Marco Tullio Cicerone “Sono sempre più sincere le cose che diciamo
quando l'animo è irato che quando è tranquillo”.
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[1] che ricordiamo è un meccanismo di difesa secondario attraverso cui una pulsione, una emozione, una preoccupazione o comportamento viene diretto da un oggetto iniziale verso un altro perché la direzione originaria per una qualche ragione provoca ansia.
[2]Secondo i criteri del DSM IV Ter il disturbo paranoide di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato dalla tendenza, persistente ed ingiustificata, a percepire e interpretare le intenzioni, le parole e le azioni degli altri come malevole, umilianti o minacciose. Il mondo è vissuto come ostile e guardato sempre, nei contesti più vari, con diffidenza e sospettosità, con conseguente “obbligatoria predilezione” per uno stile di vita solitario. Sfiducia e sospettosità portano le persone che soffrono di questo disturbo ad avere un atteggiamento ipervigilante (ricercano segnali di minaccia, di falsità e di significati sottostanti nelle parole e nelle azioni altrui), ad agire in modo cauto e guardingo, ad apparire “fredde” e prive di sentimenti; questi soggetti sono, inoltre, eccessivamente permalosi, polemici, ostinati e sempre pronti a contrattaccare quando credono di essere criticati o maltrattati.