I DANNI PSICOLOGICI: ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE LORO IMPLICAZIONI E SUL LORO ACCERTAMENTO PERITALE (G. Galuppi)

 

Sommario: 1-Premessa; 2-L’uomo come sistema; 3-Vulnerabilità del “sistema uomo”; 4-Danni organici e funzionali: loro eziologia fisica o psicogena; 5-La prospettiva del giudice e le sue difficoltà; 6-Accertamento dei danni psicologici

 

1 – Premessa.

 

Si possono accertare i danni psicologici che derivino dall'esposizione ad eventi nocivi, così come è possibile farlo per quelli organici?  La questione è di grande interesse, e non soltanto in una prospettiva peritale. Tuttavia la complessità del problema impone di premettere una sintesi degli elementi teorici sui cui fonderemo le nostre conclusioni.

Quanto segue, tiene presenti le moderne dottrine scientifi­che che a vario titolo si occupano dell'uomo come organismo correlato al suo ambiente, ed anche la teoria generale dei siste­mi che ne consente una visione unitaria.  Ma soprattutto, per quanto riguarda la mente, si fa qui riferimento alle ipotesi di Eccles ed alle idee di Ryle (1).

 

2 – L’uomo come sistema.   

 

L'essere umano è un sistema vivente basato sulla inte­grazione di sottosistemi, ciascuno dei quali ha la sua relativa autonomia funzionale, benchè tutti restino interdipendenti se­condo relazioni non unidirezionali, ma circolari.  Così come, del resto, sono circolari le relazioni dell'uomo col suo ambien­te, con cui egli integra un sistema che lo trascende, che egli può influenzare, ma da cui viene influenzato.

Egli - tal quale oggi lo vediamo - è il risultato di una fi­logenesi lunga e complessa: i sottosistemi che compongono il suo organismo, sono costituiti da elementi materiali -gli or­gani- e da processi biologici -le varie funzioni cui quelli so­no preposti-. E’ possibile classificare questi sottosistemi se­condo la tradizionale distinzione in sistema circolatorio, dige­rente, nervoso, ecc., ma noi preferiamo concepire il sistema­ organismo come un continuum di livelli funzionali inestricabil­mente connessi, che ammettono tuttavia una sorta di stratifica­zione piramidale.  Livelli anch'essi interdipendenti, attraverso relazioni circolari multiple, in modo tale che ognuno di essi, in termini diretti o indiretti, può influire su tutti gli altri.  Ogni livello è reso possibile dall'integrazione di quelli inferiori, ed insieme a questi rende possibile quello superiore.  In tutti gli organismi viventi la cellula presa per sé è solo una cellula: co­me tale si riproduce, ha il suo metabolismo, vive e muore po­tendo alterarsi per molteplici ragioni.  Ma le cellule possono differenziarsi, specializzarsi, costituendo tessuti ed organi che, delegati a processi più articolati, costituiscono in questo mo­do un livello funzionale più elevato, in grado di consentire possibilità di adattamento più duttili e complesse. L’ulteriore differenziazione di tessuti ed organi che si integrano in modo progressivamente più complesso fra loro, consente livelli fun­zionali più elevati ancora, tali da rendere possibili modalità vi­tali sempre meglio evolute.

Ciascuno di tali livelli funzionali ha caratteristiche e leggi esclusivamente proprie, non riducibili a quelle dei livelli infe­riori.  Tanto meno tali leggi sono semplificabili, in ultima analisi, con principi basilari che tutte le spieghino. Così, la prolife­razione di cellule tumorali nel fegato di un topo obbedisce a leggi che nulla hanno a che fare con quelle che governano i suoi comportamenti di nidificazione e riproduzione, benchè ­- ripetiamo - sussistano relazioni circolari multiple tra i suoi va­ri livelli funzionali, ed un cancro al fegato possa quindi dan­neggiare, ad esempio, molte sue funzioni vitali.

Tutto ciò ha contraddistinto attraverso il tempo lo svilup­po della vita in tutte le sue forme.  Nell'uomo l'emergenza di nuovi livelli funzionali, e la complessità della loro integrazio­ne, soprattutto per quanto concerne i processi neurocerebrali e psichici, hanno toccato mirabili traguardi.  Egli elabora e produce mezzi di adattamento ambientale che sono culturali e non più solo naturali.  Vale a dire che superano di gran lunga, or­mai, quel che la sua sola organizzazione fisica gli consentireb­be. Ciò è dovuto all'emergere della possibilità di elevatissimi processi di percezione, codificazione ed elaborazione delle in­formazioni relative all'ambiente in cui egli è immerso; ma so­prattutto allo sviluppo del misteriosissimo fenomeno della co­scienza.  La quale, abbiamo ragione di credere che, seppure non sia suo monopolio, l'uomo possegga in grado molto più esteso rispetto agli altri esseri viventi, che eventualmente con lui la condividano.

In forza di ciò nell'homo sapiens sussiste il più elevato livello funzionale finora comparso in natura, che è quello dei suoi processi psichici, pervenuti a caratteristiche di tremenda complessità. Quel che gli fa assegnare dagli uomini di fede, a lui solo, anche un'essenza spirituale. Tali processi sostanziano un'entità tanto concreta quanto immateriale, che possiamo descrivere esclusivamente in termini fenomenologici.  L'unica di cui abbia­mo esperienza primaria e diretta (cogito, ergo sum), e che tutta­via si sottrae ai più eroici sforzi di oggettivarla: ciò che de­finiamo psiche o mente. Questa, benchè appaia strettamente legata ai processi neurocerebrali, ed anche agli altri livelli fun­zionali dell'organismo, a quelli od a questi non può essere ri­dotta in alcun modo, essendo per contro manifestamente capa­ce di influenzarli in modo impressionante.  Le malattie psicosomatiche, ad esempio, derivano da questa realtà.

Entro certi limiti noi siamo in grado di descrivere le fun­zioni organiche, anche quelle neurocerebrali, nei termini di processi biochimici, bioelettrici e fisiologici, di cui intravedia­mo la tessitura consequenziale nella sua complessità e continui­tà. Ma tra questi ed il livello funzionale dei processi psichici che li sottende, e che, con ogni evidenza, appartiene ad un al­tro ordine di realtà, v'è un salto qualitativo impossibile a spiegarsi con i procedimenti sperimentali della scienza moder­na: nè si può immaginare come possano riuscirvi in futuro. Una perfetta comprensione dell'ordine di realtà rappresentato dai processi mentali probabilmente ci è preclusa per i limiti in­trinseci, biologicamente determinati, del nostro apparato neu­ropsichico.  Avviene qui qualcosa di analogo alla nostra impos­sibilità di inquadrare, in termini convenzionalmente logici, alcuni fenomeni riguardanti la fisica che ci appaiono, pertanto, in­comprensibili.  Si pensi, ad esempio, al comportamento con­temporaneamente corpuscolare ed ondulatorio delle emissioni di energia.  Oppure alla nostra impossibilità di percepire il mi­sterioso quid, sottostante alla materia ed all'energia, se non in termini antitetici, o come l'una o come l'altra. Oppure ancora all'apparente assurdità del principio di indeterminazione di Heisenberg.

Il mondo di sensazioni, emozioni e pensieri che il più semplice degli uomini può soggettivamente sperimentare, ap­pare incomprensibile ove si pretenda di dedurlo da quanto sia­mo in grado di descrivere dei processi cerebrali.  Per trarne criteri esplicativi, esige pertanto l'elaborazione di sistemi concettuali del tutto specifici, quali sono appunto quelli della psico­logia, una scienza che non può avere, se non in minima parte, i metodi ed i riferimenti della scienza sperimentale, per la buona ragione che questa è impotente ad afferrare le leggi che gover­nano la mente.

 

3 – Vulnerabilità del “sistema uomo”. 

 

Da quanto abbiamo esposto discende la necessità di considerare la mente come una funzione distinta del sistema­ uomo, inscindibilmente connessa con tutte le altre. Questa af­fermazione non è così ovvia come sembrerebbe, perchè, mal­grado non sia contestabile nel quadro di una discussione scien­tifica, stenta moltissimo ad essere accettata sul terreno pratico.  Ad esempio, molti medici privi di cultura psicologica negano, tuttora, che molteplici malattie fisiche possano essere scatenate dalla mente. Tra loro v'è anche chi sostiene come perfino tutti i disturbi esclusivamente mentali, abbiano sempre una causa fisica.  Che non la si trovi, significherebbe soltanto che, per ora, è inafferrabile. Oppure, quando possono essere evidenziate, si attribuisce importanza decisiva ad alcune alterazioni biochimiche dei processi neuro­cerebrali, senza porsi il problema se, invece che causa, non possano essere effetto della sofferenza psicologica.

Quanto al volgo, anche quando non sia del tutto incolto, ben raramente possiede la chiara consapevolezza che eventi no­civi possono danneggiare la mente e, attraverso questa, anche il corpo.  Si suppone che la psiche, poichè è impalpabile ed immateriale, non esista di per sè, ma coincida con la struttura organica. Se ne dovrebbe perciò dedur­re che le sue sofferenze, dal momento che mancano di concreti riscontri organici, benchè reali, sono fittizie. A dissiparle, se­condo lo sbrigativo ottimismo di molti che non hanno dubbi sulla propria ragionevolezza, basterebbe un atto di volontà. Cioè, postulando contraddittoriamente da una parte quanto si nega dall'altra, si sostiene che la mente, se funziona male perchè è malata, per guarire deve funzionare come quando è sana.

In realtà, si sa da sempre che la mente può non soltanto ammalarsi a causa del corpo, ma anche alterarsi primariamente essa stessa, ed influire sulle funzioni fisiologiche. Già l'arte medica degli antichi era costellata da questa consapevolezza, che si è poi perduta, per lo meno nella medicina ufficiale, al sopravvenire del positivismo ottocentesco con le sue concezio­ni meccanicistiche e materialistiche, eccessivamente semplifica­trici di ogni realtà. La scienza moderna se ne sta liberando, ma con fatica, e non a tutti i livelli contemporaneamente.

L'uomo, proprio perchè si è straordinariamente evoluto nei suoi processi neurocerebrali e psichici, in forza della loro complessità, appare sempre più vulnerabile a tutti i livelli fun­zionali, attraverso l'interazione di cui più sopra abbiamo parla­to. Che la mente possa essere danneggiata da malattie organiche o traumi fisici, appare scontato. Meno evidente, e tuttavia mol­to difficilmente contestabile, perché confermato da una sterminata quantità di osservazioni, risulta il fatto che l'esposizione a influssi stabilmente o traumaticamente ansiogeni, può produrre disturbi psicologici più o meno gravi.  Infine, ancor meno chia­ro, agli occhi del profano, è il dinamismo per il quale una sof­ferenza psicologica arriva a determinare disturbi fisiologici e vere e proprie malattie organiche. Tuttavia l'interazione multi­pla tra tutti i livelli funzionali del sistema-organismo, rende possibile questa eventualità non meno di quella contraria.  La trasmissione di effetti patogeni tra i vari livelli funzionali orga­nici del sistema, quando la causa primaria risieda in uno qual­siasi di questi, attualmente è in buona misura identificabile e spiegabile. Così, ad esempio, è possibile descrivere in termini biochimici e biofisici, come una carenza vitaminica od una in­fezione tetanica arrivino a coinvolgere progressivamente, disor­ganizzandoli, i vari livelli funzionali dei sistema.  Per contro ciò non si può fare, quando la causa patogena primaria si collochi al livello dei processi psichici. 0 meglio, non si può tradurre in concetti causalistico-biologici l'azione della mente sulle funzioni organiche e, naturalmente, viceversa, per via del salto qualitativo di cui più sopra abbiamo detto. Tuttavia è stato dimostrato, al di là di ogni dubbio, come l'induzione, sufficientemente intensa e protratta, di peculiari stati mentali, possa provocare alterazioni organiche. Con la suggestione ipnotica, e non solo con essa, si possono provocare sensazioni e disfunzioni fisiche; determinando specifiche emo­zioni, o semplicemente stress, si osservano vistosi effetti sulla funzionalità endocrina, sulla pressione ematica, sulla motilità viscerale, sull'efficienza del sistema immunitario, ecc. E’ stato sperimentalmente dimostrato come, perfino nelle scimmie, at­traverso l'esposizione a intensi conflitti emotivi, si possano in­durre vere e proprie malattie o lesioni somatiche.  Per conver­so, le varie forme di psicoterapia, come è noto, influendo sulla mente, sortiscono molto spesso la guarigione od almeno l’attenuazione di numerosi di­sturbi psicosomatici.  Insomma, per quanto enigmatico e con­turbante possa sembrarci, dobbiamo ammettere che la mente non è solo un epifenomeno del cervello, ma costituisce effetti­vamente una speciale realtà a sè stante, in stretta interazione con il corpo.

 

4 - Danni organici e funzionali: loro eziologia fisica o psico­gena.

 

Negli individui una quantità infinita di eventi può produrre danni fisici o psichici, su base organica o funzionale.  Quando l'esposizione ad un trauma, o comunque a degli stimo­li nocivi, finisce per produrre un'alterazione a carico degli or­gani e tessuti del sistema vivente, avremo un danno organico dal quale, evidentemente, discenderanno minorazioni funzionali. Queste potrebbero ripercuotersi sugli altri livelli funzionali dell'orga­nismo, attraverso un complesso di azioni e retroazioni nel mo­do che si è detto, ed arrivare in casi estremi a disorganizzarne l'intera funzionalità.

Il danno organico è quasi sempre classificabile con relativa facilità, perchè configura lesioni o modificazioni dei tessuti ri­levabili in modo oggettivo, attraverso le moderne procedure ed apparecchiature diagnostiche. Ciò consente una ponderazione sufficientemente approssimata delle menomazioni connesse ad ogni alterazione organica, ed anche -molto spesso- della loro reversibilità o meno.

In molti altri casi, invece, possono verificarsi dei danni che non presentano alcun riscontro organico afferrabile oggettivamente. Saremmo quindi in presenza di menomazioni esclusiva­mente funzionali, riguardanti uno o più livelli sistemici, sen­za che si possa ricondurle a significative alterazioni o lesioni di organi e tessuti del corpo.

Un'altra fondamentale distinzione si basa sul fatto che, sia le lesioni ed alterazioni di organi e tessuti, che le menomazioni semplicemente funzionali, possono avere un’etiologia strettamente biologica, oppure psicogena.  Vale a dire che il primum movens è questione di elementi fisici (virus, batteri, le­sioni traumatiche, intossicazioni, anomalie costituzionali, ecc.), oppure risiede in specifici stati mentali sufficientemente intensi e protratti.  Facciamo un paio di esempi. Tra le molteplici cause fisiche capaci di produrre l'ulcera gastrica può esservi una in­tossicazione, ma possono provocarla anche specifici stati emoti­vi impediti in ogni espressione diretta e lineare. Questi ultimi possono anche essere responsabili -per quanto concerne le menomazioni esclusivamente funzionali- di una colite muco­sa, che peraltro potrebbe discendere semplicemente da un’ali­mentazione inadeguata.

Insomma -ai fini della nostra discussione ciò è partico­larmente importante- ripetiamo che i danni psicologici sono suscettibili di non risolversi soltanto in deformazioni della per­sonalità, bensì, attraverso il cervello, possono alterare an­che i livelli funzionali inferiori dell'organismo, configurando così uno stato di malattia secondo la più classica terminologia medi­ca.

 

5 - La prospettiva del giudice e le sue difficoltà.

 

Nella prospettiva del giudice chiamato a pronunciarsi sulla effettiva realtà, ed anche su una quantificazione patrimo­niale dei danni prodotti da traumi e stimoli nocivi, tale pro­blematica si presenta piuttosto ardua, rispetto alla prima esi­genza non meno che alla seconda.

Non v'è dubbio che in molti casi la diretta concatenazione causa-effetto, tra molteplici eventi e specifici danni a persone, sia di palmare evidenza e risulti inoppugnabile. Quand'è così resta il problema della quantificazione patrimoniale che, tutta­via, se i danni sono fisio-organici, trova abbastanza spesso una qualche soluzione, sia pure attraverso valutazioni necessaria­mente più artificiose che realmente adeguate.  Ma vi sono mol­ti altri casi, nei quali non è dimostrabile una diretta relazione tra ciò che si suppone sia la causa, e le menomazioni che ne sa­rebbero l'effetto.  Non si potrebbe cioè dare per scontata l'e­quivalenza di post hoc con propter hoc. Ciò è vero soprattutto quando, in assenza di obiettivi riscontri organici, si deve giudi­care di menomazioni psichiche e psicosomatiche. E’ assoluta­mente probabile che una colite spastica si colleghi ad un am­biente di lavoro troppo ansiogeno; oppure che il precipitare di una grave nevrosi sia dovuto all'aver subìto una rapina.  Ma evi­denziare in modo incontestabile un diretto nesso causale tra i due ordini di eventi, è tutt'altra questione.  Anche perchè, non di rado, almeno inconsciamente, quegli che collega i propri di­sturbi mentali o distonici a specifici eventi o situazioni di cui fa carico a terzi, è motivato a protrarli ed anche ad aggravarli dal fatto che ne intravede un vantaggio patrimoniale, quando si profilino un risarcimento od una pensione. E’ possibile insom­ma che gli eventi o gli stimoli, che vengono assunti come re­sponsabili del disturbo psicologico o psicosomatico, ne siano stati l'elemento scatenante, ma non la causa necessaria e suffi­ciente.  Per rifarci agli esempi sopra esposti, sia la colite spasti­ca che la nevrosi avrebbero potuto essere latenti, od anche presenti, ma con minore intensità, da lungo tempo, e si sarebbero comunque progressivamente aggravate per l'inadeguatezza dello stile di vi­ta del loro portatore. Gli psicologi che abbiano sufficiente esperienza di psicoterapia, verificano spesso siffatte circostan­ze.

Tuttavia ciò non esclude affatto che, primariamente e spe­cificamente, il livello funzionale della mente possa essere dan­neggiato da traumi fisici o psichici, oppure dal prolungato con­tatto con situazioni troppo sature di stimoli ansiogeni.  Questa certezza si basa soprattutto su osservazioni estensivamente condotte dagli specialisti di questi problemi.  Esistono natural­mente delle teorie in merito, quasi tutte di derivazione dalle più accreditate dottrine di psicodinamica e di neuropsicologia.  Ma nessuna di queste è in grado di escludere gli ampi margini di opinabilità, che in questa tematica sono più la regola che l'eccezione. Si potrebbe affermare che in quest'ambito, molto più che nelle altre scienze, la verità resta provvisoria e relativa.

La discussione delle ragioni di ciò ci porterebbe troppo lontano.  Ci contenteremo di dire che le variabili da considerare in siffatti problemi sono numerose e di formidabile complessità, cosicchè integrarle in una teoria in grado di reggere il siste­matico confronto con la realtà, risulta per ora impossibile.

Vi sono tuttavia molte circostanze -quelle meglio studia­te quantitativamente e qualitativamente dagli specialisti- nelle quali si può sostenere, in modo assolutamente plausibile, la concatenazione causa-effetto tra determinati eventi e specifiche disfunzioni psichiche, ivi compresa, eventualmente, la compo­nente psicosomatica. Tali circostanze, naturalmente, andranno comunque valutate, di volta in volta, da specialisti.  Si può ac­cettare tranquillamente -anche se, ripetiamo, in nome di cor­relazioni statisticamente molto significative, più che di perfe­zionate teorie- che gravi traumi psichici possono costituire il fattore etiologico primario di disturbi psicoaffettivi della più varia natura.  Si può convenire altresì, per le medesime ragioni, che gli stessi disturbi possono discendere anche da situazioni psicologicamente ansiogene che - senza concentrare in breve spazio di tempo la forza tipica del trauma- si protraggono a lungo, e cumulando la loro azione, ottengono in questo modo effetti di disor­ganizzazione mentale più o meno permanenti.  Ciò è conferma­to da una quantità sterminata di osservazioni, di cui si riferisce in una estesissima letteratura.

Per quanto concerne gli adulti, valgano un paio di esempi per tutti.  Si sa con certezza che quasi tutti i reduci dai campi di concentramento nazisti non sono mai più riusciti a guarire da gravi disturbi nevrotici o psicotici, malgrado tutte le possibili cure.  Più recentemente si è osservato come una impressionante quantità di giovani, tornati dalla guerra nel Vietnam, abbia ra­dicato disturbi psichici della più varia gravità, ribelli a qualsiasi cura, anche quando sia stata seriamente e sistematicamente applicata; disturbi che nelle fasi precedenti della loro vita non avevano mai avuto.

E’ noto, infine, che molto spesso un incidente, un lutto, una violenza patita, precipitano processi di grave disorganizzazione psichica anche in personalità in precedenza perfettamente equilibrate e adattate.

Ma soprattutto sono stati compiuti studi sistematici e ap­profonditi in merito all'età evolutiva.  Dopo i lavori di di A. Freud, Spitz, Bowlby, Winnicott, Robertson, Durfee e Wolf, ecc. è divenuto impossibile negare la correlazione esistente tra disturbi menta­li, psicopatie e malattie psicosomatiche in bambini e ragazzi da una parte, e l'esposizione a situazioni ansiogene dall'altra.  So­prattutto quelle determinate da relazioni interpersonali disor­ganizzanti, quali si verificano essenzialmente nel contatto con genitori immaturi, irresponsabili, mentalmente malati, anaffet­tivi o violenti.  Chi sia investito della funzione di giudicare e decidere in casi consimili, dovrà tener presente che l'esposizio­ne a stimoli ansiogeni durante l'età evolutiva, ha effetti grave­mente distruttivi.  Tanto maggiormente ed in modo tanto meno reversibile, quanto minore sia l'età della vittima.  Una realtà, questa, che stenta ad essere percepita, sia dalla gente comune, che dagli addetti ai lavori.

 

6 - Accertamento dei danni psicologici.

 

Dovrebbe essere evidente, dopo tutto quanto abbiamo esposto, che un accertamento di danni psicologici che voglia essere affidabile, non può limitarsi al solo esame dei processi men­tali.  Sono invece necessari anche specifici esami dei livelli funzionali bio-organici del sistema-organismo. Ciò esige la stretta collaborazione tra il medico e lo psicologo. Il primo è competente per i livelli funzionali organici; il secon­do lo è per i processi mentali, afferrabili -come abbiamo det­to- solo fenomenologicamente. 

 Contrariamente a quanto suole avvenire, elemento importantissimo di questa collabora­zione ha da essere la chiara consapevolezza, da parte del medi­co, che la mente non coincide col cervello; e, da parte dello psicologo, che i processi psichici sono strettamente collegati con quelli organici.  Si tratta, insomma, di tradurre effettiva­mente in pratica ciò che viene accettato senza difficoltà in teoria: l'unità di psiche e soma. Gli esami psicologici devono essere preceduti da quelli fisici.  Questi ultimi forniranno un quadro della condizione fisio­organica del soggetto, evidenziandone le malattie vere e pro­prie, o le semplici alterazioni funzionali psicosomatiche. Biso­gnerà poterne desumere quali elementi di patologia organica o funzionale possano essere causa, oppure effetto, di disfunzioni psicologiche.  Andranno quindi esaminati i disturbi specifica­mente mentali nel loro attuale manifestarsi, e nella loro storia.

Da tutto ciò dovrà emergere un quadro di personalità, psi­chico e fisico, che chiarisca in modo coerente le varie zone di patologia e di disfunzione dell'intero organismo, dettagliandone le reciproche relazioni, per quanto consentono le attuali conoscenze scientifiche.

Infine, quando sia necessario accertare l'eventualità di una connessione tra determinati eventi traumatici o comunque no­civi, ed il manifestarsi di specifici danni psichici, bisognerà de­dicare un'attenzione particolarissima a due variabili fondamen­tali.  Da una parte, l'entità del trauma o degli stimoli nocivi, cui il soggetto sia stato esposto; dall'altra, la sua vulnerabilità fisica e psichica, che dovrà risultare, tra l'altro, da una accurata ponderazione della sua evoluzione psicologica e della sua anamnesi.

Siamo consapevoli che la prassi abituale è molto più sbri­gativa e semplificata, rispetto a quanto siamo venuti delinean­do. Ma gli accertamenti dei danni psichici divengono tanto più attendibili, quanto più ci si accosta alla chiarificazione del com­plesso di elementi che abbiamo discusso, e che -per conclu­dere- sintetizzeremo così:

 

a)  presenza di patologie organiche;

b)  presenza di disfunzioni mentali;

c)  rapporti reciproci e circolari di

     causa-effetto tra a e b;

d)  valenza etiologicamente primaria

     per i disturbi mentali, o per quelli

     organici da cui derivino, della

     eventuale esposi­zione a traumi o

     stimoli nocivi.

 

(1) Cfr.  J. Eccles e K. Popper, L'lo ed il suo cervello, Armando, Roma;

      G. Ryle, The concept of mind, trad. It.: Lo spirito come comportamento, Einaudi, Torino.